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I Fidei donum

Chiese che danno e ricevono

di MAURIZIO CUCCOLO
   

   Vita Pastorale n. 8 agosto-settembre 2010 - Home Page

L’esperienza dei Fidei donum ha spostato l’asse della missionarietà di tutta la Chiesa: dal centro alla periferia e dalla periferia al centro. C’è un interscambio sinergetico di doni, con la coscienza che la missione evangelizzatrice deve divenire il respiro della Chiesa e di ogni cristiano.
  

La Chiesa italiana deve rendere grazie al Signore perché l’esperienza avviata dai sacerdoti Fidei donum (FD) e dai laici ha fatto crescere la coscienza che la missione evangelizzatrice deve divenire il respiro della Chiesa e di ogni cristiano. Ci viene chiesto, in questo nuovo tornante della storia, di aprire i nostri cuori alle necessità e agli interessi dell’umanità, a conoscere e prendere parte a ciò che la Chiesa opera nel mondo con l’annuncio del regno di Dio e con le molteplici attività di evangelizzazione.

Leggere il libro della missione, come invitava il Convegno di Bellaria, significa allargare lo sguardo a quanto viene fatto e vissuto in altre parti di questa umanità; equivale a prendere coscienza della necessità dell’annuncio del regno di Dio; «scoprire quanto nel mondo, per amore del Vangelo e a servizio dell’uomo, molti fratelli e molte sorelle stanno vivendo, permette alle nostre Chiese di ricevere una grande ricchezza: quella di risvegliare la propria passione missionaria che provoca sempre segni vivi, forti e tangibili di rinnovamento pastorale» (Cei, L’amore di Cristo ci sospinge 3) e a impegnarsi gioiosamente a condividere non ciò che è periferico alla vita, ma ciò che sta al cuore dei desideri e delle speranze umane.

Pertanto, il cammino tracciato dai FD ha condotto a comprendere che l’impegno missionario non può limitarsi all’aiuto ai missionari, a cui deleghiamo l’evangelizzazione. Oggi noi viviamo a fianco di fedeli di altre religioni che hanno o che mostrano di avere forte il senso religioso e per questo fanno anche proselitismo. L’apertura dell’Unione europea ai Paesi dell’Est Europa sta generando un maggiore movimento di popoli dell’Oriente e dell’Occidente del continente. Per cui è diventato sempre più feriale l’incontro e il dialogo di vita tra cattolici, protestanti e ortodossi.

La presenza di tanti immigrati cristiani del Sud del mondo, di sacerdoti e religiosi/e nelle nostre Chiese rappresenta un’opportunità speciale per la crescita della universalità del regno di Dio, e rende sempre più possibile e concreto lo scambio quotidiano tra le Chiese sorelle a servizio della fraternità universale. Siamo anche sfidati ad annunciare Cristo in casa nostra, a quelli che non credono e a quelli che hanno bisogno di conoscere la salvezza in Cristo.

Centro della Comunità Cenacolo nei pressi di Salvador di Bahia (Brasile).
Centro della Comunità Cenacolo nei pressi di Salvador di Bahia
(Brasile – foto Cmd di Alba).

Situazione dei FD in Italia

I presbiteri FD italiani che prestano attualmente servizio in altre Chiese sono oggi 566 (135 in Africa, 384 in America, 24 in Asia, 20 in Europa e 3 in Oceania); i laici in convenzione Cei in servizio al febbraio 2007 sono 222 (133 in Africa, 73 in America, 6 in Asia, 10 in Europa).

Interessante è il dato sulle diocesi di origine dei FD. Prevalgono tre diocesi lombarde: Milano, Brescia e Bergamo; seguono due diocesi venete: Padova e Verona. Solo successivamente si segnalano Roma, Vicenza, Trento e Treviso. Le diocesi italiane che non hanno mai avuto un FD sono 49. Se sommiamo i FD attualmente in servizio con i rientrati essi costituiscono il 2,8% dei preti italiani.

Storia dei FD

L’enciclica Fidei donum è di papa Pio XII ed è stata promulgata il 21.4.1957. L’Africa vive in quegli anni un momento cruciale della storia. Siamo alla vigilia dell’indipendenza dalle colonie, e i popoli africani sono esposti ai pericoli creati da un falso nazionalismo e dal materialismo. Nella maggioranza dei territori africani sono numerosi i vescovi locali, ma mancano i sacerdoti.

Il Papa afferma che l’intera Chiesa, Corpo di Cristo, deve cooperare alla soluzione dei problemi dell’Africa; citando il suo Radiomessaggio natalizio del 1945, parla della vita della Chiesa dei nostri giorni come di «uno scambio di vita e di energie tra tutti i membri del Corpo mistico di Cristo sulla terra». Afferma che i vescovi, quali successori degli apostoli, sono i corresponsabili della missione universale della Chiesa; invita i laici al loro triplice dovere verso le missioni: preghiera, attività creativa e incremento delle vocazioni.

Si rivolge ai vescovi africani e del mondo chiedendo anche a loro di favorire le vocazioni missionarie e di promuovere le Pontificie opere missionarie e in particolare l’Unione missionaria del clero. Per rimediare al problema della scarsità del clero nelle missioni, il Papa invita i vescovi del mondo a mettere alcuni sacerdoti diocesani, almeno per un certo tempo, a disposizione delle Chiese africane.

Afferma il principio di uguaglianza: «Noi pensiamo altresì a coloro, tra i nostri fratelli nell’episcopato, che sono angosciati da un doloroso diradarsi delle vocazioni sacerdotali e religiose e che non possono ormai far fronte alle necessità spirituali delle loro pecorelle. Facciamo nostre le loro ansietà e ad essi diciamo come san Paolo ai Corinzi: "Non si tratta, per soccorrere gli altri, di ridurvi alla penuria, ma di applicare il principio di uguaglianza"».

Suore in un "laboratorio" di artigianato nel Nord-Kenya (in contatto con gruppi di Alba).
Suore in un "laboratorio" di artigianato nel Nord-Kenya
(in contatto con gruppi di Alba – foto Cmd di Alba).

La storia dei FD in Italia (Cei, L’impegno missionario dei sacerdoti diocesani italiani, Roma 1984, 2). Possiamo distinguere quattro tappe nel progressivo sviluppo dell’esperienza dei FD in Italia.

1. La prima fase, verso gli anni ’60, vede sacerdoti che partono (soli o in gruppo) a titolo personale, mossi da generosità e autorizzati dal loro vescovo. La spinta è data dal desiderio di "aiutare" quelle Chiese. Il seminario per l’America latina con sede a Verona forma i seminaristi italiani che partiranno per il continente latinoamericano una volta ordinati sacerdoti. Nel 1962 si costituisce il Ceial (Commissione episcopale per l’America latina).

2. La seconda tappa è caratterizzata dalla formula dei "gemellaggi": l’impegno viene assunto direttamente dalla singola diocesi italiana, che prende a carico una o più parrocchie di missione, garantendovi una continuità di personale e di mezzi. I sacerdoti vengono inviati in équipe e si provvede a una loro preparazione (al Ceial per l’America latina e al Ceias, il nuovo costituito Consiglio missionario nazionale per l’Africa e per l’Asia). In questo periodo si avviano i Centri missionari diocesani.

3. La terza tappa è costituita dai Servizi missionari diocesani: le diocesi italiane instaurano un rapporto di cooperazione con le diocesi in Africa e in America latina senza fissarsi in una determinata parrocchia ma mettendo il personale apostolico a servizio del vescovo locale. Il criterio che soggiace a questi primi tre momenti è quello dell’aiuto.

4. La quarta tappa è l’attuale: le Chiese, su un piano di parità, riscoprono la comunione tra di loro come un modo nuovo di fare missione, nella logica dello scambio e della gratuità dell’Evangelo di Dio.

Orientamenti biblici

1. Luca 1,39-45: la visitazione, dinamica di comunione tra Chiese sorelle.

  • Due donne, due madri, una sterile e l’altra vergine si incontrano. E il motivo del loro incontro è da attribuire all’iniziativa di Dio stesso.
  • Entrambe portano in grembo il mistero di Dio. L’accento non è posto sulla loro condizione di sterilità e verginità, ma sull’opera che Dio compie in loro. La loro condizione pone l’accento sulla benedizione di Dio estesa a tutte le generazioni; sulla fecondità assicurata a entrambe per il loro permanere sotto la nube dello Spirito.
  • Maria ed Elisabetta sono parenti, come coloro che portano nelle viscere. Una parentela che vedrà il suo compimento sulla croce.
  • Maria, per la sua fede nella Parola, porta in sé la beatitudine di quel dono che è Dio stesso. Esplode la gioia del riconoscimento reciproco nell’aver parte all’unico dono di Dio che è lui stesso. Promessa e compimento.
  • Due sono i verbi della missione: alzarsi e partire. Il primo è il verbo della risurrezione. Maria risorge, come simbolo della Chiesa risorta che, in tutta fretta, urgenza, si muove a condividere, con la parente e madre, la gioia del Vangelo. Il Signore fa risorgere la sua Chiesa lanciandola sulle strade dei popoli, degli uomini di ogni cultura, sospinta dal fuoco della missione. Il secondo è il verbo del mandato missionario. All’origine del suo mettersi in viaggio sta il mandato dello Spirito, che spinge fuori di casa, dalle chiese, per andare verso l’altro, gli altri diversi, portando il dono di Dio. Maria, la Chiesa, ogni Chiesa, diventa l’ostensorio di Dio in missione, annunciatrice di liberazione e di gioia.

Brasile 1981, sacerdoti della diocesi di Alba: d. Bruno Coazzo (FD), don Cesare Battaglino, dom Helder Camara, don Paolo Tablino (uno dei primi FD d'Italia), don Giovanni Ciravegna.
Brasile 1981, sacerdoti della diocesi di Alba: d. Bruno Coazzo (FD),
don Cesare Battaglino, dom Helder Camara, don Paolo Tablino
(uno dei primi FD d’Italia), don Giovanni Ciravegna (foto Cmd di Alba).

2. Nell’età apostolica lo scambio delle persone, nella condivisione dell’unica missione, sembra un fatto quotidiano. Paolo prende con sé Sila da Gerusalemme, Timoteo da Listra, Epafrodito da Filippi, Epafra da Colossi; ciascuno mantiene un contatto con la Chiesa di origine. Per esempio Paolo scrive ai Filippesi 2,25ss: «Ho creduto opportuno rimandarvi Epafrodito, mio fratello nella fede e mio collaboratore; egli è stato un vostro inviato per essere ministro nelle mie necessità».

L’esempio più vistoso è Atti 13 ove si narra che la Chiesa di Antiochia prende su di sé la responsabilità dell’invio di Paolo e di Barnaba e il sostegno delle comunità che saranno fondate dai due apostoli. Dopo aver compiuto la loro opera, «appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede» (14,26-28). Il missionario della età apostolica non parte quindi a titolo personale, ma sempre in nome e in comunione con la Chiesa in cui è nata e si è radicata la sua fede.

La "nuova nata" comunità di Antiochia dimostra presto di essere maturata nella fede con due scelte significative e decisive: si prende a cuore la situazione dei poveri e interviene concretamente con l’invio di soccorsi (11,29); i discepoli, ciascuno secondo quello che possedeva, decisero di mandare un soccorso ai fratelli abitanti nella Giudea. Un fatto interessante che dimostra un rapporto filiale e fraterno, una premura della comunità figlia verso la comunità madre, una cooperazione tra le Chiese. In modo analogo intende prendersi a cuore la situazione di altri poveri, coloro che non conoscono la gioia del Vangelo, e organizzano la prima missione cattolica (13,1-3).

Il testo di Atti narra che, grazie all’azione dello Spirito, l’annuncio del Vangelo valica i confini della terra di Israele e la comunità ne segue la corsa. Lo Spirito si rivela in contesto di preghiera comunitaria: la comunità pregando e riflettendo sulla parola del Signore avverte l’urgenza di organizzare la missione fuori dell’area siriano-palestinese. In questa assemblea liturgica ci si rende conto che lo Spirito chiama a uscire dai propri confini per aprirsi agli altri popoli. Essi inviano Barnaba e Paolo.

In conclusione, notiamo che la forza della Parola, assieme al dinamismo dello Spirito, dono del Signore risorto, fa progredire l’esperienza cristiana da Gerusalemme fino a Roma. Il dinamismo dello Spirito si serve di uomini e donne: Pietro, Paolo, Barnaba, Filippo, i cristiani ellenisti perseguitati, la coppia cristiana Aquila e Priscilla, e tutto il gruppo di persone anonime che hanno lasciato traccia negli Atti, e di tutti noi che amiamo Gesù e il suo Vangelo, di tutti coloro che sono diventati servi della Parola.

C’è nei testi biblici una forte consapevolezza della vocazione missionaria di ogni discepolo di Gesù. I FD riflettono in forma singolare (non esclusiva) la vocazione missionaria del ministro ordinato.

Canti e balli davanti alla cattedrale di Marsabit in Kenya, dove c'è una missione albese.
Canti e balli davanti alla cattedrale di Marsabit in Kenya,
dove c’è una missione albese (foto Cmd di Alba).

Capitoli nuovi della formazione missionaria

1. Educare alla flessibilità. Occorre educare a leggere i segni dei tempi, le indicazioni dello Spirito nei cambiamenti attuali. Per questo ci si deve disporre alla capacità di imparare e lasciarsi modificare dalla realtà e dalle situazioni, senza che sia la realtà ad adattarsi alle nostre aspettative. La flessibilità richiesta da questo momento storico deve produrre in noi la discrezione e la prudenza nel giudicare persone, culture ed esperienze, così come si manifestano.

2. Formare alla profondità. Rifuggire dalla superficialità per assumere una conoscenza oggettiva e responsabile della cultura, lingua e tradizioni dei popoli. In altre parole si deve dare cuore e mente per un’onesta e appassionata inculturazione.

3. Formazione a una missione più paziente, umile e meno protagonista. Spesso, nonostante la formazione ricevuta, prende il sopravvento l’individualismo che ci porta a scavalcare la gente, confratelli, a conflitti con la Chiesa locale, alla gestione personale di soldi e mezzi. Su questa tentazione occorre vigilare con umiltà e zelo apostolico, sapendo che non saremo noi a risolvere tutti i problemi, che non sono le opere a sfamare le folle. Solo la paziente e lungimirante condivisione offre il pane, fragrante del Vangelo, della fraternità. Formare alla pazienza dei tempi lunghi, che permette il coinvolgimento rispettoso e fiducioso della gente. Formare all’umiltà di chi è consapevole di essere ospite, collaboratore provvisorio, straniero.

4. Formare al dialogo e al rispetto. Il dialogo come atteggiamento di fondo del missionario consiste nel considerare l’altro portatore di valori e ricchezze. Va coltivato un profondo senso di rispetto delle persone, culture e comunità. Evitare di parlar male del clero locale e della gente in generale, e vigilare sul linguaggio, portatore di diversi significati nelle diverse culture.

5. Formare a una missione comunitaria. L’essere mandati a due a due richiede disponibilità, spirito di collaborazione, capacità relazionali, certamente diverse dal passato. Ma ancora più profondamente esprime e mostra il volto stesso della missione realizzata, evidenzia con particolare eloquenza il Vangelo per ogni uomo e per tutti gli uomini che si vuole annunciare. In questa prospettiva si devono leggere le esigenze dell’interculturalità o meglio multiculturalità nella quale siamo posti a operare e vivere. Di grande importanza è la capacità di ascolto, di ospitare l’altro, il diverso da sé apprezzandone valori e limiti, valorizzando le differenze che trovano casa, non nel compromesso, ma nella fraternità. Il dialogo, l’ascolto, prima di essere strategia e metodo, è la scelta radicale dell’altro come valore per me, che mi identifica e mostra la mia identità.

6. Formare a una profonda spiritualità. È la capacità di ascoltare lo Spirito e la disponibilità alla sua azione. La centralità della relazione con Cristo, dello stare con lui per essere mandati avanti a lui che viene, prossimo di tutti, soprattutto di coloro che vengono lasciati ai cigli delle strade, abbandonati. L’artefice della missione è lo Spirito e noi siamo chiamati ad esserne i testimoni (AG 11; EN 46).

Prospettive future

L’esperienza dei FD ha spostato l’asse della missionarietà di tutta la Chiesa: dal centro alla periferia e dalla periferia al centro. Non più solo Chiese che danno e inviano, ma che a loro volta ricevono e accolgono in un interscambio sinergetico di doni in cui ogni Chiesa locale è chiamata a vivere la comunione e la cattolicità. Ora l’esperienza FD deve ancora espandersi; deve passare dallo straordinario all’ordinario in ogni Chiesa che si riconosce chiamata dal Padre e inviata ad andare altrove affinché il piano eterno di Dio possa essere portato a compimento: radunare in unità i figli di Dio dispersi. Questa prospettiva aiuterà ogni Chiesa a non cadere nella tentazione di chiudere lo sguardo sui propri bisogni e porre la missione all’ultimo posto o a questione da considerare solo se avanzano spazio e tempo.

Superare lo scambio tra le Chiese per affermare la gratuità della missione. Si ama sottolineare che la missione deve passare dall’aiuto allo scambio, che richiede la disponibilità a dare e a ricevere. Ma anche lo scambio tra le Chiese, segno di squisita fraternità evangelica, deve essere in funzione e a servizio degli altri, del mondo, del Regno.

Il compito del missionario è mostrare il mistero d’amore di un Padre che ama tutti gli uomini, nessuno escluso. Pertanto, al pragmatismo attivo e ottimista del passato deve subentrare uno spirito contemplativo. «Il missionario deve essere un contemplativo in azione [...]. Se non è un contemplativo, non può annunziare Cristo» (RM 91). Solo un missionario capace di contemplazione può cercare di scoprire il disegno del Regno e, in comunione con gli altri, percorrere i sentieri dello Spirito e attuarne le esigenze.

Concludo con una domanda dei nostri vescovi: «Sapranno le nostre Chiese in Italia rimanere aperte alla missione ad gentes anche incentivando l’esperienza FD?». Auspichiamo che le diocesi italiane, pur sperimentando la purificante diminuzione del clero, diano con coraggio e dalla loro povertà, risposta concreta a questo decisivo interrogativo. «Se avremo il coraggio di continuare a donare con gioia, l’esperienza FD costituirà una ventata di Spirito che contribuirà a rinnovare il volto delle nostre diocesi» e far accadere l’avvento del Regno (Nota Cei Dalle feconde memorie alle coraggiose prospettive 24, 2007).

Maurizio Cuccolo
direttore Fondazione Cum
  

Bibliografia

Congregazione del clero: Postquam Apostoli, Roma 1980; Cei, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, Roma 2001; Renzo Zecchin, I sacerdoti Fidei donum, EMI 1990; Atti del Convegno missionario nazionale, Bellaria 1998; Cei, Dalle feconde memorie alle coraggiose prospettive, Roma 2007; Dario Nicoli, Il movimento dei Fidei donum, EMI 2007.

Segue:  Dagli estremi confini della terra

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