a
Chiesa italiana deve rendere grazie al Signore perché l’esperienza
avviata dai sacerdoti Fidei donum (FD) e dai laici ha fatto
crescere la coscienza che la missione evangelizzatrice deve divenire il
respiro della Chiesa e di ogni cristiano. Ci viene chiesto, in questo
nuovo tornante della storia, di aprire i nostri cuori alle necessità e
agli interessi dell’umanità, a conoscere e prendere parte a ciò che la
Chiesa opera nel mondo con l’annuncio del regno di Dio e con le
molteplici attività di evangelizzazione.
Leggere il libro della missione, come invitava il
Convegno di Bellaria, significa allargare lo sguardo a quanto viene fatto
e vissuto in altre parti di questa umanità; equivale a prendere coscienza
della necessità dell’annuncio del regno di Dio; «scoprire quanto nel
mondo, per amore del Vangelo e a servizio dell’uomo, molti fratelli e
molte sorelle stanno vivendo, permette alle nostre Chiese di ricevere una
grande ricchezza: quella di risvegliare la propria passione missionaria
che provoca sempre segni vivi, forti e tangibili di rinnovamento pastorale»
(Cei, L’amore di Cristo ci sospinge 3) e a impegnarsi
gioiosamente a condividere non ciò che è periferico alla vita, ma ciò
che sta al cuore dei desideri e delle speranze umane.
Pertanto, il cammino tracciato dai FD ha condotto a
comprendere che l’impegno missionario non può limitarsi all’aiuto ai
missionari, a cui deleghiamo l’evangelizzazione. Oggi noi viviamo a
fianco di fedeli di altre religioni che hanno o che mostrano di avere
forte il senso religioso e per questo fanno anche proselitismo. L’apertura
dell’Unione europea ai Paesi dell’Est Europa sta generando un maggiore
movimento di popoli dell’Oriente e dell’Occidente del continente. Per
cui è diventato sempre più feriale l’incontro e il dialogo di vita tra
cattolici, protestanti e ortodossi.
La presenza di tanti immigrati cristiani del Sud del
mondo, di sacerdoti e religiosi/e nelle nostre Chiese rappresenta un’opportunità
speciale per la crescita della universalità del regno di Dio, e rende
sempre più possibile e concreto lo scambio quotidiano tra le Chiese
sorelle a servizio della fraternità universale. Siamo anche sfidati ad
annunciare Cristo in casa nostra, a quelli che non credono e a quelli che
hanno bisogno di conoscere la salvezza in Cristo.

Centro della Comunità Cenacolo nei
pressi di Salvador di Bahia
(Brasile – foto Cmd di Alba).
Situazione dei FD in Italia
I presbiteri FD italiani che prestano attualmente
servizio in altre Chiese sono oggi 566 (135 in Africa, 384 in America, 24
in Asia, 20 in Europa e 3 in Oceania); i laici in convenzione Cei in
servizio al febbraio 2007 sono 222 (133 in Africa, 73 in America, 6 in
Asia, 10 in Europa).
Interessante è il dato sulle diocesi di origine dei FD.
Prevalgono tre diocesi lombarde: Milano, Brescia e Bergamo; seguono due
diocesi venete: Padova e Verona. Solo successivamente si segnalano Roma,
Vicenza, Trento e Treviso. Le diocesi italiane che non hanno mai avuto un
FD sono 49. Se sommiamo i FD attualmente in servizio con i rientrati essi
costituiscono il 2,8% dei preti italiani.
Storia dei FD
L’enciclica
Fidei donum è di papa Pio XII ed è
stata promulgata il 21.4.1957. L’Africa vive in quegli anni un momento
cruciale della storia. Siamo alla vigilia dell’indipendenza dalle
colonie, e i popoli africani sono esposti ai pericoli creati da un falso
nazionalismo e dal materialismo. Nella maggioranza dei territori africani
sono numerosi i vescovi locali, ma mancano i sacerdoti.
Il Papa afferma che l’intera Chiesa, Corpo di Cristo,
deve cooperare alla soluzione dei problemi dell’Africa; citando il suo
Radiomessaggio natalizio del 1945, parla della vita della Chiesa dei
nostri giorni come di «uno scambio di vita e di energie tra tutti i
membri del Corpo mistico di Cristo sulla terra». Afferma che i vescovi,
quali successori degli apostoli, sono i corresponsabili della missione
universale della Chiesa; invita i laici al loro triplice dovere verso le
missioni: preghiera, attività creativa e incremento delle vocazioni.
Si rivolge ai vescovi africani e del mondo chiedendo
anche a loro di favorire le vocazioni missionarie e di promuovere le
Pontificie opere missionarie e in particolare l’Unione missionaria del
clero. Per rimediare al problema della scarsità del clero nelle missioni,
il Papa invita i vescovi del mondo a mettere alcuni sacerdoti diocesani,
almeno per un certo tempo, a disposizione delle Chiese africane.
Afferma il principio di uguaglianza: «Noi pensiamo
altresì a coloro, tra i nostri fratelli nell’episcopato, che sono
angosciati da un doloroso diradarsi delle vocazioni sacerdotali e
religiose e che non possono ormai far fronte alle necessità spirituali
delle loro pecorelle. Facciamo nostre le loro ansietà e ad essi diciamo
come san Paolo ai Corinzi: "Non si tratta, per soccorrere gli altri,
di ridurvi alla penuria, ma di applicare il principio di uguaglianza"».

Suore in un "laboratorio"
di artigianato nel Nord-Kenya
(in contatto con gruppi di Alba – foto Cmd di Alba).
La storia
dei FD in Italia (Cei, L’impegno
missionario dei sacerdoti diocesani italiani, Roma 1984, 2). Possiamo
distinguere quattro tappe nel progressivo sviluppo dell’esperienza dei
FD in Italia.
1. La prima
fase, verso gli anni ’60, vede sacerdoti che partono (soli o in gruppo)
a titolo personale, mossi da generosità e autorizzati dal loro vescovo.
La spinta è data dal desiderio di "aiutare" quelle Chiese. Il
seminario per l’America latina con sede a Verona forma i seminaristi
italiani che partiranno per il continente latinoamericano una volta
ordinati sacerdoti. Nel 1962 si costituisce il Ceial (Commissione
episcopale per l’America latina).
2. La seconda
tappa è caratterizzata dalla formula dei "gemellaggi": l’impegno
viene assunto direttamente dalla singola diocesi italiana, che prende a
carico una o più parrocchie di missione, garantendovi una continuità di
personale e di mezzi. I sacerdoti vengono inviati in équipe e si
provvede a una loro preparazione (al Ceial per l’America latina e al
Ceias, il nuovo costituito Consiglio missionario nazionale per l’Africa
e per l’Asia). In questo periodo si avviano i Centri missionari
diocesani.
3. La terza
tappa è costituita dai Servizi missionari diocesani: le diocesi italiane
instaurano un rapporto di cooperazione con le diocesi in Africa e in
America latina senza fissarsi in una determinata parrocchia ma mettendo il
personale apostolico a servizio del vescovo locale. Il criterio che
soggiace a questi primi tre momenti è quello dell’aiuto.
4. La quarta
tappa è l’attuale: le Chiese, su un piano di parità, riscoprono la
comunione tra di loro come un modo nuovo di fare missione, nella logica
dello scambio e della gratuità dell’Evangelo di Dio.
Orientamenti biblici
1.
Luca
1,39-45: la visitazione, dinamica di comunione tra Chiese sorelle.
- Due donne, due madri, una sterile e l’altra vergine
si incontrano. E il motivo del loro incontro è da attribuire all’iniziativa
di Dio stesso.
- Entrambe portano in grembo il mistero di Dio. L’accento
non è posto sulla loro condizione di sterilità e verginità, ma sull’opera
che Dio compie in loro. La loro condizione pone l’accento sulla
benedizione di Dio estesa a tutte le generazioni; sulla fecondità
assicurata a entrambe per il loro permanere sotto la nube dello
Spirito.
- Maria ed Elisabetta sono parenti, come coloro che
portano nelle viscere. Una parentela che vedrà il suo compimento
sulla croce.
- Maria, per la sua fede nella Parola, porta in sé la
beatitudine di quel dono che è Dio stesso. Esplode la gioia del
riconoscimento reciproco nell’aver parte all’unico dono di Dio che
è lui stesso. Promessa e compimento.
- Due sono i verbi della missione: alzarsi e partire.
Il primo è il verbo della risurrezione. Maria risorge, come simbolo
della Chiesa risorta che, in tutta fretta, urgenza, si muove a
condividere, con la parente e madre, la gioia del Vangelo. Il Signore
fa risorgere la sua Chiesa lanciandola sulle strade dei popoli, degli
uomini di ogni cultura, sospinta dal fuoco della missione. Il secondo
è il verbo del mandato missionario. All’origine del suo mettersi in
viaggio sta il mandato dello Spirito, che spinge fuori di casa, dalle
chiese, per andare verso l’altro, gli altri diversi, portando il
dono di Dio. Maria, la Chiesa, ogni Chiesa, diventa l’ostensorio di
Dio in missione, annunciatrice di liberazione e di gioia.

Brasile 1981, sacerdoti della
diocesi di Alba: d. Bruno Coazzo (FD),
don Cesare Battaglino, dom Helder Camara, don Paolo Tablino
(uno dei primi FD d’Italia), don Giovanni Ciravegna (foto Cmd di Alba).
2.
Nell’età apostolica lo scambio delle persone, nella
condivisione dell’unica missione, sembra un fatto quotidiano. Paolo
prende con sé Sila da Gerusalemme, Timoteo da Listra, Epafrodito da
Filippi, Epafra da Colossi; ciascuno mantiene un contatto con la Chiesa di
origine. Per esempio Paolo scrive ai Filippesi 2,25ss: «Ho creduto
opportuno rimandarvi Epafrodito, mio fratello nella fede e mio
collaboratore; egli è stato un vostro inviato per essere ministro nelle
mie necessità».
L’esempio più vistoso è Atti 13 ove si narra che la
Chiesa di Antiochia prende su di sé la responsabilità dell’invio di
Paolo e di Barnaba e il sostegno delle comunità che saranno fondate dai
due apostoli. Dopo aver compiuto la loro opera, «appena arrivati,
riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per
mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede»
(14,26-28). Il missionario della età apostolica non parte quindi a titolo
personale, ma sempre in nome e in comunione con la Chiesa in cui è nata e
si è radicata la sua fede.
La "nuova nata" comunità di Antiochia
dimostra presto di essere maturata nella fede con due scelte significative
e decisive: si prende a cuore la situazione dei poveri e interviene
concretamente con l’invio di soccorsi (11,29); i discepoli, ciascuno
secondo quello che possedeva, decisero di mandare un soccorso ai fratelli
abitanti nella Giudea. Un fatto interessante che dimostra un rapporto
filiale e fraterno, una premura della comunità figlia verso la comunità
madre, una cooperazione tra le Chiese. In modo analogo intende prendersi a
cuore la situazione di altri poveri, coloro che non conoscono la gioia del
Vangelo, e organizzano la prima missione cattolica (13,1-3).
Il testo di Atti narra che, grazie all’azione dello
Spirito, l’annuncio del Vangelo valica i confini della terra di Israele
e la comunità ne segue la corsa. Lo Spirito si rivela in contesto di
preghiera comunitaria: la comunità pregando e riflettendo sulla parola
del Signore avverte l’urgenza di organizzare la missione fuori dell’area
siriano-palestinese. In questa assemblea liturgica ci si rende conto che
lo Spirito chiama a uscire dai propri confini per aprirsi agli altri
popoli. Essi inviano Barnaba e Paolo.
In conclusione, notiamo che la forza della Parola,
assieme al dinamismo dello Spirito, dono del Signore risorto, fa
progredire l’esperienza cristiana da Gerusalemme fino a Roma. Il
dinamismo dello Spirito si serve di uomini e donne: Pietro, Paolo,
Barnaba, Filippo, i cristiani ellenisti perseguitati, la coppia cristiana
Aquila e Priscilla, e tutto il gruppo di persone anonime che hanno
lasciato traccia negli Atti, e di tutti noi che amiamo Gesù e il suo
Vangelo, di tutti coloro che sono diventati servi della Parola.
C’è nei testi biblici una forte consapevolezza della
vocazione missionaria di ogni discepolo di Gesù. I FD riflettono in forma
singolare (non esclusiva) la vocazione missionaria del ministro ordinato.

Canti e balli davanti alla
cattedrale di Marsabit in Kenya,
dove c’è una missione albese (foto Cmd di Alba).
Capitoli nuovi della formazione
missionaria
1.
Educare alla flessibilità. Occorre educare a leggere i segni
dei tempi, le indicazioni dello Spirito nei cambiamenti attuali. Per
questo ci si deve disporre alla capacità di imparare e lasciarsi
modificare dalla realtà e dalle situazioni, senza che sia la realtà ad
adattarsi alle nostre aspettative. La flessibilità richiesta da questo
momento storico deve produrre in noi la discrezione e la prudenza nel
giudicare persone, culture ed esperienze, così come si manifestano.
2. Formare
alla profondità. Rifuggire dalla superficialità per assumere una
conoscenza oggettiva e responsabile della cultura, lingua e tradizioni dei
popoli. In altre parole si deve dare cuore e mente per un’onesta e
appassionata inculturazione.
3.
Formazione a una missione più paziente, umile e meno
protagonista. Spesso, nonostante la formazione ricevuta, prende il
sopravvento l’individualismo che ci porta a scavalcare la gente,
confratelli, a conflitti con la Chiesa locale, alla gestione personale di
soldi e mezzi. Su questa tentazione occorre vigilare con umiltà e zelo
apostolico, sapendo che non saremo noi a risolvere tutti i problemi, che
non sono le opere a sfamare le folle. Solo la paziente e lungimirante
condivisione offre il pane, fragrante del Vangelo, della fraternità.
Formare alla pazienza dei tempi lunghi, che permette il coinvolgimento
rispettoso e fiducioso della gente. Formare all’umiltà di chi è
consapevole di essere ospite, collaboratore provvisorio, straniero.
4. Formare
al dialogo e al rispetto. Il dialogo come atteggiamento di fondo del
missionario consiste nel considerare l’altro portatore di valori e
ricchezze. Va coltivato un profondo senso di rispetto delle persone,
culture e comunità. Evitare di parlar male del clero locale e della gente
in generale, e vigilare sul linguaggio, portatore di diversi significati
nelle diverse culture.
5.
Formare a una missione comunitaria. L’essere mandati a due
a due richiede disponibilità, spirito di collaborazione, capacità
relazionali, certamente diverse dal passato. Ma ancora più profondamente
esprime e mostra il volto stesso della missione realizzata, evidenzia con
particolare eloquenza il Vangelo per ogni uomo e per tutti gli uomini che
si vuole annunciare. In questa prospettiva si devono leggere le esigenze
dell’interculturalità o meglio multiculturalità nella quale siamo
posti a operare e vivere. Di grande importanza è la capacità di ascolto,
di ospitare l’altro, il diverso da sé apprezzandone valori e limiti,
valorizzando le differenze che trovano casa, non nel compromesso, ma nella
fraternità. Il dialogo, l’ascolto, prima di essere strategia e metodo,
è la scelta radicale dell’altro come valore per me, che mi identifica e
mostra la mia identità.
6. Formare
a una profonda spiritualità. È la capacità di ascoltare lo Spirito
e la disponibilità alla sua azione. La centralità della relazione con
Cristo, dello stare con lui per essere mandati avanti a lui che viene,
prossimo di tutti, soprattutto di coloro che vengono lasciati ai cigli
delle strade, abbandonati. L’artefice della missione è lo Spirito e noi
siamo chiamati ad esserne i testimoni (AG 11; EN 46).
Prospettive future
L’esperienza
dei FD ha spostato l’asse della missionarietà di tutta la Chiesa: dal
centro alla periferia e dalla periferia al centro. Non più solo Chiese
che danno e inviano, ma che a loro volta ricevono e accolgono in un
interscambio sinergetico di doni in cui ogni Chiesa locale è chiamata a
vivere la comunione e la cattolicità. Ora l’esperienza FD deve ancora
espandersi; deve passare dallo straordinario all’ordinario in ogni
Chiesa che si riconosce chiamata dal Padre e inviata ad andare altrove
affinché il piano eterno di Dio possa essere portato a compimento:
radunare in unità i figli di Dio dispersi. Questa prospettiva aiuterà
ogni Chiesa a non cadere nella tentazione di chiudere lo sguardo sui
propri bisogni e porre la missione all’ultimo posto o a questione da
considerare solo se avanzano spazio e tempo.
Superare
lo scambio tra le Chiese per affermare la gratuità della missione. Si ama
sottolineare che la missione deve passare dall’aiuto allo scambio, che
richiede la disponibilità a dare e a ricevere. Ma anche lo scambio tra le
Chiese, segno di squisita fraternità evangelica, deve essere in funzione
e a servizio degli altri, del mondo, del Regno.
Il compito
del missionario è mostrare il mistero d’amore di un Padre che ama tutti
gli uomini, nessuno escluso. Pertanto, al pragmatismo attivo e ottimista
del passato deve subentrare uno spirito contemplativo. «Il missionario
deve essere un contemplativo in azione [...]. Se non è un contemplativo,
non può annunziare Cristo» (RM 91). Solo un missionario capace di
contemplazione può cercare di scoprire il disegno del Regno e, in
comunione con gli altri, percorrere i sentieri dello Spirito e attuarne le
esigenze.
Concludo con una domanda dei nostri vescovi: «Sapranno
le nostre Chiese in Italia rimanere aperte alla missione ad gentes anche
incentivando l’esperienza FD?». Auspichiamo che le diocesi italiane,
pur sperimentando la purificante diminuzione del clero, diano con coraggio
e dalla loro povertà, risposta concreta a questo decisivo interrogativo. «Se
avremo il coraggio di continuare a donare con gioia, l’esperienza FD
costituirà una ventata di Spirito che contribuirà a rinnovare il volto
delle nostre diocesi» e far accadere l’avvento del Regno (Nota Cei Dalle
feconde memorie alle coraggiose prospettive 24, 2007).
Maurizio Cuccolo
direttore Fondazione Cum